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Laurentius de Voltolina, Enrico di Germania fa lezione agli studenti di Bologna, metà del Trecento. Kupferstichkabinett, Berlino.
Laurentius de Voltolina, Enrico di Germania fa lezione agli studenti di Bologna, metà del Trecento. Kupferstichkabinett, Berlino.

Chi impara, quando risponde la macchina?

Socrate lo chiamava aporia: il momento in cui non sappiamo più cosa dire. Imparare significa attraversarlo, e una macchina ora può risparmiarcelo.

| trikkia | Ai-Ahi!

Un video trovato per caso

L’algoritmo di TikTok, ora che l’ho addomesticato, mi propone per lo più spunti interessanti. Qualche giorno fa mi ha messo davanti due minuti e mezzo di podcast: account del New Statesman, trasmissione The New Society, ospite Katherine Rundell, scrittrice inglese per ragazzi e studiosa di John Donne. Il titolo prometteva la solita polemica sull’AI che ruba il lavoro agli autori, e per i primi secondi è quello. Poi Rundell cambia registro. Dice di avere 39 anni e di trovare gioia nell’imparare, ma che imparare è sgradevole prima di diventare gioioso: disorientante, opaco, fatto spesso di delusioni verso sé stessi. E che la sua preoccupazione più grande riguarda la possibilità, per un ragazzo, di sentire la propria mente come qualcosa che gli appartiene.

Una mente che appartiene a sé. Il filo che parte da questa frase porta molto indietro, fino alla parola che usiamo per il posto dove si dovrebbe imparare a pensare. Per seguirlo prendo in prestito la forma delle scuole medievali: prima si legge (lectio), poi si pone il problema (quaestio), poi si disputa (disputatio), infine si risponde (respondeo). E come ogni quaestio che si rispetti, questa parte da una domanda: utrum machina respondens nos minores faciat, se la macchina che risponde ci renda minorenni. Detto in italiano corrente: che cosa deve restare nostro quando una macchina può rispondere al posto nostro?

Lectio · Una parola che significava fermarsi

“Scuola” viene dal greco σχολή, scholé, e in origine voleva dire tempo libero. Ancora prima la radice indicava un trattenersi, un tenersi sgombri: il momento in cui ci si ferma e si sottrae tempo alle occupazioni. Da lì il significato scivola verso l’uso migliore di quel tempo, la discussione, e poi verso il luogo dove la discussione avveniva. Treccani la definisce come il libero uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendente da ogni bisogno o scopo pratico.

Per Aristotele quel tempo era il fine stesso dell’educazione: ci affatichiamo per avere tempo libero, e si studia per imparare ad abitarlo bene. Il conto però lo pagavano gli schiavi, che di scholé non ne avevano. Conviene ricordarlo prima di farne una bandiera.

Lectio · La torpedine

Platone ha messo in scena il momento esatto di cui parla Rundell. Nel Menone Socrate prende uno schiavo che non ha mai studiato geometria e gli chiede come si raddoppia un quadrato. Il ragazzo risponde sicuro: basta raddoppiare il lato. Sbaglia, riprova, sbaglia di nuovo, e alla fine ammette di non sapere più cosa dire. Menone, che assiste, accusa Socrate di somigliare alla torpedine, il pesce che intorpidisce chi lo tocca. Socrate non si scompone: prima il ragazzo credeva di sapere, ora sa di non sapere, e per questo cercherà volentieri. Poco dopo trova la soluzione da solo, tracciando la diagonale.

Prima il ragazzo credeva di sapere, ora sa di non sapere, e per questo cercherà volentieri.

Antoine Risso, torpedine marmorata, dall'Ichthyologie de Nice, 1810. Antoine Risso, torpedine marmorata, dall’Ichthyologie de Nice, 1810.

Diciotto secoli dopo quel disagio diventa un metodo. Nelle università medievali si procedeva per lectio, quaestio e disputatio: si leggeva un testo, lo si trasformava in problema, si discutevano gli argomenti contrari prima di rispondere. La regola più preziosa era implicita: per confutare una posizione bisogna prima formularla così bene che il suo sostenitore la riconosca. Poi il Rinascimento ha fatto di “scolastico” un sinonimo di routine meccanica, e la parola del tempo liberato è finita a indicare il suo contrario.

Quaestio · La V al posto dell’uguale

Nel 2011 Giorgio Israel racconta sul Giornale una storia che su questo sito ho già ripreso. Secondo la sua ricostruzione, che riprende le critiche di un gruppo di matematici finlandesi, la Finlandia prima nelle classifiche PISA aveva costruito una materia chiamata matematica che con la matematica condivideva ormai solo il nome: niente dimostrazioni, geometria quasi sparita, frazioni sostituite dai decimali perché solo quelli si digitano su una calcolatrice. Al posto del segno ”=” gli alunni scrivevano una “V”, iniziale di Vastaus, risultato. L’uguaglianza, cioè una relazione tra concetti, ridotta a una casella da riempire. Secondo Israel il calcolatore era stato preso come modello da imitare, e le procedure pensate per la macchina avevano sostituito quelle pensate per capire. La tesi è polemica e resta discussa; qui interessa il meccanismo che descrive, più del caso finlandese in sé.

L’uguaglianza, cioè una relazione tra concetti, ridotta a una casella da riempire.

Oliver Byrne, il teorema di Pitagora, da The First Six Books of the Elements of Euclid, 1847. Oliver Byrne, il teorema di Pitagora, da The First Six Books of the Elements of Euclid, 1847.

Quindici anni dopo Rundell dice la stessa cosa con altre parole. I modelli linguistici permettono ai ragazzi di saltare la fase opaca e faticosa dell’apprendimento e di arrivare a qualcosa che sembra comprensione, a chi valuta il lavoro ma soprattutto a chi lo ha prodotto. La sua è una testimonianza, ma ha un riscontro sperimentale. In uno studio pubblicato su PNAS nel 2025 quasi mille studenti di matematica delle superiori hanno usato tutor basati su GPT-4. Chi aveva la versione libera andava meglio negli esercizi e peggio quando lo strumento veniva tolto. Chi aveva una versione costruita per guidare il ragionamento senza dare la risposta non subiva lo stesso danno. Lo schema finlandese si ripete: la prestazione sale, la comprensione scende, e l’illusione inganna per primo lo studente.

Quaestio · Fatica sì, paura no

L’idea che la fatica serva ha basi solide. Robert Bjork chiama “difficoltà desiderabili” gli ostacoli che peggiorano la prestazione immediata e migliorano ciò che resta nel lungo periodo, e Manu Kapur ha mostrato in classe che affrontare un problema prima della spiegazione dà un beneficio moderato sulla comprensione, almeno nelle materie scientifiche. La gioia promessa da Rundell dopo la fatica è invece un’intuizione: nessuno studio dimostra che il piacere di capire cresca con la fatica spesa.

La scholé è un tempo che va protetto su due fronti: dalla produzione, che chiede risultati, e dalla minaccia, che chiede obbedienza.

Sul fronte opposto c’è Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo a Padova, che sui social va fortissimo. La sua tesi: se impariamo con paura, ogni volta che richiamiamo ciò che abbiamo appreso riportiamo anche quella paura. Qualcosa di misurabile c’è, perché nei bambini con ansia da matematica la risonanza mostra un’amigdala iperattiva. Ma la ferita non resta per sempre: lo stesso gruppo di Stanford ha visto che otto settimane di tutoring riducevano l’ansia insieme all’attività dell’amigdala.

Le due posizioni smettono di contraddirsi se si separano due esperienze diverse. La fatica cognitiva è lo schiavo del Menone davanti al quadrato. La minaccia sociale è il voto, la colpa, lo sguardo di chi giudica. Riletta così, la scholé è un tempo che va protetto su due fronti: dalla produzione, che chiede risultati, e dalla minaccia, che chiede obbedienza. L’AI senza vincoli rompe il recinto togliendo la fatica, la scuola della paura lo rompe aggiungendo la minaccia.

Disputatio · La parola alla difesa

Nelle quaestiones medievali le obiezioni contro la propria tesi le scriveva il maestro stesso, nella versione più forte possibile. Qui l’arringa a difesa dell’AI l’ha scritta un’AI, Claude di Anthropic, parte interessata nella causa: va letta con la parzialità del genere.

Prima ragione. L’accusa ha già perso una volta. Nel Fedro il re Thamus condanna la scrittura perché darà ai giovani l’apparenza della sapienza al posto della sapienza, che è quasi parola per parola l’accusa di Rundell. La scrittura è poi diventata il supporto di tutta la cultura scolastica, e chi oggi accusa la macchina lo fa per iscritto.

Seconda ragione. Il guasto raccontato da Israel precede la macchina. La “V” finlandese e i test come unico metro sono scelte di ministeri ed esperti umani, prese quando i modelli linguistici non esistevano.

Terza ragione. Aristotele fu precettore privato di Alessandro Magno, e per millenni il dialogo socratico è stato un lusso. Oggi uno studente qualsiasi, alle due di notte, può chiedere a un interlocutore di contraddirlo e di lasciarlo nell’aporia invece di risolvergli il problema. Usata così, la macchina è una torpedine a disposizione di tutti.

Le repliche. La scrittura conserva risposte date da altri, la macchina ne produce di nuove su richiesta: l’analogia regge sul rischio dell’apparenza e si indebolisce sulla scala. Poi, lo strumento può fare Socrate ma di default non lo fa. Socrate si rifiutava di dare la risposta, un prodotto commerciale ha interesse a soddisfare chi lo usa, e nello studio su PNAS i vincoli li avevano messi i ricercatori. Infine, che il guasto venga prima non assolve chi lo eredita. I modelli linguistici crescono dentro la stessa cultura della misurazione denunciata da Israel: vengono addestrati a massimizzare punteggi su batterie di test e a produrre le risposte che i valutatori umani preferiscono. È la “V” finlandese elevata a principio di progettazione. Questa è una mia lettura, ma la matrice comune è difficile da negare.

Respondeo · Saper essere di sé

La scholé è la condizione. Quello che in quel tempo si coltiva ha nomi più recenti. Montaigne scrive che la cosa più grande del mondo è saper essere di sé, quattro secoli prima di Rundell. Kant nel 1784 definisce la minorità come l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro, e aggiunge che è comodo: se ho un libro che ragiona per me, non ho bisogno di pensare. Due anni dopo precisa che pensare da sé significa cercare in sé la pietra di paragone della verità. Nel 2026 il libro che ragiona per me esiste davvero, e risponde anche alle due di notte.

Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475 circa. National Gallery, Londra. Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1475 circa. National Gallery, Londra.

Simone Weil, nel 1942, sostiene che lo sforzo di attenzione su un problema di geometria non va perduto nemmeno quando la soluzione non arriva. Sposta il valore dal risultato all’esercizio, cioè dalla “V” allo schiavo del Menone che traccia la diagonale.

Nel 2026 il libro che ragiona per me esiste davvero, e risponde anche alle due di notte.

L’ultima cosa detta da Rundell nel video è quella che sottoscrivo senza riserve: davanti a disuguaglianze di ricchezza estreme servirà una ricchezza intellettuale fatta di argomenti lunghi, densi e sfumati, e persone capaci di capire in tempo reale quali libertà vengono erose. Per Aristotele la scholé era un privilegio; l’idea moderna di scuola è la scommessa di offrirla a tutti. In un’epoca che misura ogni cosa in prestazioni, difendere un tempo in cui si può sbagliare, restare nell’aporia e arrivare da soli alla risposta è forse la posizione più eversiva che resti. Alla domanda da cui siamo partiti la risposta scolastica è semplice: impara chi attraversa l’aporia, e nessuna macchina può farlo al posto nostro. Può soltanto rendere più facile evitarla.


Fonti classiche senza link: Aristotele, Etica Nicomachea X 7 e Politica VII-VIII; Platone, Menone 80a-86c e Fedro 274c-275b; Montaigne, Saggi I, 39; Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784) e Che cosa significa orientarsi nel pensiero? (1786); Simone Weil, Riflessioni sul buon uso degli studi scolastici (1942).

Nota metodologica: Questo articolo è stato scritto con l’ausilio di Claude (Anthropic) attraverso un processo iterativo che ha richiesto più pazienza che talento. Impostazione editoriale, struttura, scelta delle fonti e modifiche successive a cura umana, il resto token.