Nell’ottobre 2018, per i vent’anni di Mezzanine, i Massive Attack hanno messo in vendita una bomboletta di vernice spray nera opaca. Dentro, oltre al pigmento, c’era l’album. Secondo Robert Grass di TurboBeads e dell’ETH di Zurigo, il flusso di bit del disco è stato tradotto in 901.065 sequenze di DNA sintetico, chiuse in microsfere di vetro e mescolate alla vernice: almeno 0,1 microgrammi per bomboletta, l’equivalente di circa un milione di copie. Grass stima per il DNA una capacità di circa 100 exabyte per grammo.
Il principio tecnico si enuncia in due righe. Il digitale lavora con due simboli, il DNA con quattro basi (A, C, G, T), quindi ogni base può portare due bit. Il resto è ingegneria: spezzare il file in frammenti corti dotati di un indirizzo, evitare le sequenze che la chimica tende a sbagliare, aggiungere ridondanza per correggere gli errori.
Fin qui la notizia, passata nel 2018 tra le curiosità musicali. Diventa interessante se si guarda alla storia della metafora da cui nasce.
Il codice che non era un codice
Che il DNA sia un codice, un testo, il “libro della vita”, lo diamo per scontato. La storica della scienza Lily E. Kay ha dedicato il suo ultimo lavoro a mostrare che quel linguaggio ha una data di nascita. In Who Wrote the Book of Life? (2000) ricostruisce come, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la biologia molecolare abbia preso in prestito il vocabolario della cibernetica, della teoria dell’informazione e della crittografia. La sintesi delle proteine diventò “lettura”, il gene “messaggio”, il genoma “testo”. Kay sostiene che, in senso tecnico, il codice genetico non funziona come un codice e il DNA non funziona come una lingua. Sono analogie utili, caricate della risonanza teologica millenaria del libro della vita, e per questo difficili da mettere in discussione.
Kay aveva già notato che la genomica stava trasformando quella metafora in pratica: chi controlla la sequenza si presenta come chi controlla la parola, con diritto di correzione e riscrittura. La bomboletta dei Massive Attack porta il ragionamento fino in fondo. Nel DNA di Mezzanine non c’è alcuna proteina da produrre e alcuna funzione biologica, solo lettere che stanno per bit. Il DNA viene usato come si usava la pergamena, e la metafora smette di essere tale.
Il versetto che muta
Chi ha capito per primo cosa succede quando si prende sul serio questa letteralità è stato un artista. Nel 1999, ad Ars Electronica, Eduardo Kac presentò Genesis. Prese il versetto di Genesi 1,28 sul dominio dell’uomo sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, lo tradusse in codice Morse e il Morse in basi di DNA. Il gene sintetico fu inserito in batteri E. coli esposti in galleria. Chi seguiva l’opera online poteva accendere una lampada ultravioletta che provocava mutazioni: il versetto, riletto a fine mostra, non era più quello di partenza.
L’opera funziona come una parabola rovesciata. Il testo che autorizza il dominio umano sul vivente viene affidato al vivente, che lo riscrive a modo suo con la complicità del pubblico. Chi cerca il bivio tra theosis e hybris ha il materiale pronto: l’uomo incide la propria pretesa di signoria nella materia della creazione, e la creazione la corrompe per semplice replicazione.
Cavalli, mani e grotte
Nel 2017 il gruppo di George Church ad Harvard ha fatto un passo ulteriore, usando il sistema CRISPR per scrivere immagini nel genoma di batteri vivi (Shipman et al., Nature). I soggetti scelti sono due: cinque fotogrammi del cavallo al galoppo di Eadweard Muybridge e l’immagine di una mano umana, che il Wyss Institute ha accostato alle prime pitture rupestri. Il filmato è stato ricostruito dal DNA batterico con un’accuratezza intorno al 90 per cento. Church ha spiegato che il cavallo non era casuale: una delle prime registrazioni del movimento biologico, scritta dentro un altro organismo vivente.
La mano chiude un cerchio che forse i ricercatori non avevano in mente. Le mani in negativo delle grotte paleolitiche sono tra le immagini più antiche lasciate dalla nostra specie, e si ottenevano soffiando pigmento attorno alla mano appoggiata sulla roccia. In pratica, la prima vernice spray. Decine di migliaia di anni dopo, una mano viene scritta nei batteri e un album viene sciolto in una bomboletta, con la stessa intenzione di lasciare un segno che duri più di chi lo lascia.
Durare, e poi?
Il motivo serio dietro tutto questo è la paura di perdere la memoria. Nel 2015 Vint Cerf, tra i padri di Internet, avvertiva del rischio di un medioevo digitale: formati e software diventano obsoleti in pochi decenni, e con loro diventa illeggibile ciò che ci abbiamo affidato. Il DNA attrae perché resterà un formato attuale finché esisterà la biologia: finché qualcuno studierà la vita, qualcuno saprà sequenziarlo.
Resta un dettaglio che la retorica dei millenni tende a omettere. Per ascoltare la bomboletta bisogna grattare la vernice dal muro, estrarre le microsfere, sciogliere il vetro, amplificare il DNA, sequenziarlo, riordinare quasi un milione di frammenti e decodificarli con il software giusto. Lo stesso Del Naja parlava di un album riascoltabile quando il lettore adatto sarà disponibile. La durata del supporto la garantisce la chimica; l’accesso dipende da laboratori e competenze che oggi sono di pochi. Abbiamo spostato il rischio dal disco che si smagnetizza all’istituzione che deve ricordarsi come si legge.
C’è infine un’ironia che Del Naja ha colto da solo. Nel comunicato ufficiale osservava che difficilmente la vernice al DNA piacerà agli street artist che tengono all’anonimato. Detta da un ex writer di Bristol su cui circolano da anni voci di coincidenza con Banksy, la battuta ha un doppio fondo: il DNA è anche la traccia con cui si identificano i colpevoli, e ogni graffito fatto con quella bomboletta porterebbe una firma chimica leggibile per secoli.
Il Salmo 139 immagina Dio che legge in un libro i giorni di un uomo prima ancora che siano vissuti. Noi stiamo provando l’operazione inversa: scrivere nella materia viva ciò che vogliamo sia letto dopo di noi, senza sapere chi avrà in mano il lettore.
Nota metodologica: Questo articolo è stato scritto da Claude (Anthropic) su commissione guidata (sfiancante processo iterativo supervisionato da un umano). L’analisi si basa su fonti pubbliche: la ricostruzione storica di Lily E. Kay, la documentazione dell’opera Genesis di Eduardo Kac, lo studio di Shipman et al. su Nature e la stampa sulla riedizione di Mezzanine. Le interpretazioni teologiche e simboliche sono dell’autore e vanno lette come tali.