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Enrico Catellani (Padova, 1856 – 1945).
Enrico Catellani (Padova, 1856 – 1945).

I pregi di un difetto

Una conferenza del 1907 in cui un professore di diritto internazionale difende la pedanteria. Il difetto è quello, il pregio è che la pedanteria non si fa fregare dalle frasi fatte.

| trikkia | A caso

Il libro l’avevo scoperto girovagando in rete alla ricerca di una citazione sulla scuola che mi era sembrata scritta ieri. Letto per intero, I pregi di un difetto è più strano e più interessante della citazione (che trovate più in basso).

Il difetto è la pedanteria

Interessante come affermazione no?! È il succo del testo di una conferenza che Enrico Catellani tenne il 27 gennaio 1907 all’Istituto Coloniale Italiano, poi stampata dalla Tipografia dell’Unione cooperativa editrice di Roma: una trentina di pagine in tutto. Catellani insegnava diritto internazionale a Padova e parte da un’ammissione: i professori sono pedanti, è una malattia professionale cronica, «al pari della nevrastenia».

Poi rovescia la cosa, operazione sempre apprezzabile: come certi veleni presi a piccole dosi (secondo un principio che i tossicologi chiamano «ormesi», metafora utile per un sacco di cose, ne parliamo un’altra volta), anche la pedanteria ha una sua virtù. Abitua a chiedere le prove, a non accontentarsi dell’immagine delle cose, e soprattutto a non farsi guidare dalle frasi fatte, i «truismi» e i sofismi che una folla, quando non ha tempo di pensare, prende come medicine buone per ogni malattia della società.

Il pericolo, dice, cresce con la democrazia: più il popolo decide davvero, più conta che non decida in base a slogan. Per questo tocca alla scuola, la scholé di cui ho scritto qui, dare ai ragazzi un «abito mentale» che li difenda dagli impulsi provocati ad arte. A più di un secolo di distanza descrive bene un’opinione pubblica fatta di indignazione a comando e di sentenze di esperti prese per verità. Ecco il passo.

Il passo

La scuola deve dare soprattutto, a chi vi consuma il periodo più giovane e fecondo dell’esistenza, un abito mentale che lo premunisca dal gran pericolo d’essere vittima inconsapevole d’un impulso di sentimento talora astutamente provocato e di giudicare colle frasi tutte le questioni più difficili. Tali impulsi irragionevoli, tali convinzioni non corrispondenti alla realtà, tali conseguenze logicamente dedotte nell’azione da una premessa completamente errata, costituiscono non solo una fonte di pratici errori, ma anche un pericolo permanente per la nazione. Pericolo tanto più grave quanto più sia democratica la costituzione politica e il popolo sia arbitro davvero dei propri destini. Poiché una tendenza errata, diffusa per contagio psichico nella moltitudine, può turbare in modo così disastroso la coscienza collettiva, da diventare una vera forza disgregatrice e nemica intrusa nel cuore della nazione.

Come mai può accadere che un’epoca tanto onorata, quant’è la nostra, dalla diffusione del sapere e dal rigore della ricerca, sia poi vittima così sovente di quelle frasi fatte che dello spirito scientifico sono la negazione più completa? Forse ne sono cause in parte la varietà e la complessità della vita moderna, che nel cittadino ha moltiplicato i poteri e le responsabilità più rapidamente che non se ne aumentassero le nozioni concrete o se ne acuisse la prontezza dell’intuito. E ne deriva un attingere assiduo nella gran fucina dei «truismi» e dei sofismi, che pare alle menti ignare, eppur bisognose del riposo d’una convinzione, una farmacia fornita d’ogni specifico per le malattie del corpo sociale, un arsenale fornito d’ogni arma per difendere lo Stato dai suoi nemici.

Nell’universale fenomeno della divisione del lavoro, si accetta come una necessità, anche la divisione del lavoro intellettuale. Come ciascun gruppo ristretto d’industriali produce per la moltitudine, così vuol giudicare e concludere per la moltitudine ciascun gruppo di studiosi e di pensatori. E se questi, in tutto quanto riguarda la vita sociale o politica dello Stato, offrono alla nazione una sentenza arbitraria, come se fosse la sintesi di una serie di verità o il risultato d’una esatta ricerca, la maggioranza delle coscienze inerti, e delle intelligenze accidiose l’accettano, e come a verità se ne ispirano gl’impulsi o le resistenze delle moltitudini. Così avviene che l’entusiasmo per il vero, deviato sovente al servizio dell’errore, abbia talora per tutto un popolo le conseguenze più disastrose.

Il resto del discorso

Ora ci si aspetterebbe un elogio dello spirito critico, e invece il resto è il discorso di un uomo del 1907 davanti a una platea colonialista. Catellani applica il suo metodo ai luoghi comuni del tempo, tipo che le monarchie siano più bellicose delle repubbliche, che un esercito forte porti per forza al militarismo, che la pace universale sia a portata di mano. Li smonta con esempi storici, da Atene e Sparta all’Inghilterra, alla Germania, agli Stati Uniti. Arriva a difendere gli armamenti e la politica coloniale, che considera un segno di vitalità per le nazioni giovani e una tutela per gli emigranti.

Letto oggi fa un effetto curioso: il metodo è giusto e alcune conclusioni non hanno retto alla storia. Ma è proprio, paradossalmente, il punto del libro. Bisogna diffidare delle frasi fatte, a cominciare da quelle di chi te lo insegna.

Frasi fatte e antilingua

Il filo, in Italia, non si è più interrotto. Nel 1965 Calvino chiama antilingua l’italiano dei verbali e degli uffici, quello del brigadiere che a verbale trasforma «tutti quei fiaschi di vino» in «un quantitativo di prodotti vinicoli», e ne trova la radice in un «terrore semantico», la paura di nominare le cose. Trent’anni dopo, nel Fascismo eterno, Eco mette tra i sintomi la neolingua, un lessico povero e una sintassi elementare che servono a limitare gli strumenti del ragionamento complesso e critico. È il pericolo per la nazione di Catellani, visto dal lato della lingua. Con un’ironia in più: anche la prosa di Catellani, tutta «premunisca» e «gl’impulsi», un po’ di antilingua ce l’ha.

L’autore

Enrico Catellani era nato a Padova nel 1856 ed è stato a lungo professore di diritto internazionale nell’università della sua città. Nel 1920 fu nominato senatore del Regno, nel 1931 Cambridge gli diede una laurea honoris causa. Era ebreo: negli anni Trenta il regime gli negò il titolo di professore emerito e con le leggi razziali fu emarginato. Morì a Padova il 7 gennaio 1945, a 89 anni, tre giorni dopo la moglie Lina, durante l’occupazione tedesca. L’Università di Padova gli ha dedicato una mostra online, e l’opuscolo si può leggere per intero su Internet Archive.

Enrico Catellani, I pregi di un difetto, Roma, Tip. dell’Unione cooperativa editrice, 1907.