← back to home
Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568. Museo di Capodimonte, Napoli.
Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568. Museo di Capodimonte, Napoli.

Il limitare

Un farmaco sbagliato, un tempo storto, un errore lasciato nel disco. Il limite non è rumore da togliere, è informazione. Ma solo fino a una certa dose.

| trikkia | A caso

Qualche giorno fa, sistemando un vecchio post su un libretto del 1907 che difende la pedanteria, mi sono fermato su un’espressione. Catellani scrive che la pedanteria, come certi veleni, a dosi omeopatiche fa bene. Ho pensato: lo dice in modo sbagliato, ma dice una cosa giusta. E da lì non ne sono più uscito.

Perché l’idea che un difetto possa essere un pregio è vecchia quanto il mondo, e detta così è una frase da bacio Perugina. Diventa interessante solo se ci metti accanto la seconda metà, quella che di solito si lascia fuori: fino a un certo punto. C’è una soglia. Un limitare, appunto: la parola che in italiano indica la soglia di casa, il punto in cui si smette di essere dentro e si comincia a essere fuori.

È la dose che fa il veleno

Lo diceva già Paracelso nel Cinquecento: tutto è veleno, ed è la dose che fa il veleno. Nel Novecento la cosa prende un nome, ormesi. Nel 1943 due ricercatori americani notano che un estratto di cedro rosso, che a dosi alte uccide i funghi, a dosi bassissime li fa crescere di più. Da allora l’ormesi è diventata una famiglia di fenomeni: un po’ di stress rafforza l’organismo, troppo lo distrugge. Il digiuno breve, l’esercizio fisico, il freddo, sono tutte piccole aggressioni a cui il corpo risponde diventando più forte.

L’errore, qui, è un segnale. Il corpo lo legge e si adatta. Toglilo del tutto e si impigrisce, raddoppialo e si rompe.

L’effetto collaterale che diventa cura

La medicina ne ha fatto quasi un metodo, il riposizionamento dei farmaci. Il sildenafil nasce nei primi anni Novanta come cura per l’angina: funziona poco, ma i volontari dello studio segnalano un effetto collaterale che pochi anni dopo diventa il Viagra. Il minoxidil era un farmaco per la pressione alta, e faceva crescere i peli: oggi lo si spalma sulla testa contro la calvizie.

In tutti e due i casi l’effetto collaterale, cioè quello che lo studio considerava un difetto, era un’informazione che nessuno stava cercando. Bastava non buttarla via.

Il disco con dentro gli errori

Nella musica elettronica il problema è rovesciato. La macchina non sbaglia mai, ed è propio quello il guaio. Un sequencer mette ogni colpo di cassa esattamente sulla griglia, ogni nota con la stessa forza, e il risultato suona perfetto e morto. Per questo quasi tutti i programmi hanno una funzione che si chiama humanize: sposta un po’ a caso i tempi e le dinamiche, sporca la precisione, rimette l’imprecisione che un batterista vero ci metterebbe senza pensarci. Un errore fabbricato apposta, a dose controllata.

Matthew Herbert ha fatto la scelta opposta: l’errore vero, non simulato. Nel suo contratto per la composizione il punto 5 dà all’accidentale «uguale diritto» rispetto alle scelte deliberate, e il punto 8 vieta di tagliare la coda dei campioni, perché «parti significative della registrazione spesso si trovano proprio lì». Non a caso la sua etichetta si chiama Accidental Records e uno dei suoi dischi Let’s All Make Mistakes.

E c’è un parente stretto di humanize che oggi usiamo tutti senza saperlo. Le intelligenze artificiali che scrivono hanno un parametro che si chiama temperatura. A temperatura zero il modello sceglie sempre la parola più probabile: testi corretti, prevedibili, piatti come una batteria quantizzata. Alzandola, il modello si concede parole meno probabili, e la scrittura si fa più varia, a volte più viva. Alzandola troppo, va fuori di testa e scrive sciocchezze. Anche qui la differenza tra vita e rumore è una questione di dose.

Non è un bug

Poi c’è la versione più grande della stessa idea, quella che riguarda noi. Viviamo in un’epoca che tratta i limiti umani come difetti di fabbrica: la memoria che dimentica, l’attenzione che cala, il corpo che si stanca, la morte. Cose da correggere con il prossimo aggiornamento. L’enciclica Magnifica humanitas (su cui vorrei scrivere qualcosa con calma, ma è talmente densa che mi sa che forse tocca leggerla, tutta, e basta!) va nella direzione contraria, e lo dico a modo mio: i nostri limiti non sono bug, sono parte di ciò che ci rende quello che siamo. Il punto in cui finiamo è anche il punto da cui ci riconosciamo.

Ed è qui che la soglia torna utile. Dire che il limite ha un senso non significa dire che ogni limite va benedetto: la malattia resta malattia, e curarla è giusto. Significa che un essere senza limiti non sarebbe un essere umano migliore, sarebbe un’altra cosa. Qual’è il confine tra le due? Non lo so, ed è sopratutto per questo che mi interessa.

Il contrappeso

Per non finire con una frase da LLM pigro, serve il caso che rovina la festa. La talidomide, venduta alla fine degli anni Cinquanta come sedativo e contro la nausea in gravidanza, ha fatto nascere migliaia di bambini con gravi malformazioni ed è stata ritirata nel 1961. Decenni dopo è tornata, con regole strettissime, come farmaco contro una complicazione della lebbra e contro il mieloma multiplo. Stessa molecola, un’altro uso, un’altra dose, un’altra soglia.

Non tutti gli errori sono pregi. Alcuni sono solo errori, e fanno male. L’elogio dell’errore, preso senza misura, diventa a sua volta una frase fatta, proprio il genere di cosa contro cui metteva in guardia Catellani.

Che poi è la morale del quadro di Bruegel qui sopra: un cieco che guida altri ciechi, e la fila che finisce nel fosso uno dopo l’altro. Un errore che si trasmette, invece di essere letto. La differenza non sta nell’errore, sta in cosa ne fai.

Siamo daccordo? Forse no, e va bene così.

P.S. In questo articolo ho fatto cinque errori di ortografia, neanche troppo volontariamente. Se li hai trovati tutti, sei un pedante. Catellani sarebbe fiero di te.